Su un capannone le fondazioni possono cambiare il costo di tutto il resto. Detta così sembra una frase di principio, quindi preferisco raccontare un lavoro vero. Su quel cantiere, fra il modo di fare le fondazioni che sembrava scontato e quello che abbiamo fatto davvero, ci sono passati in mezzo circa 200.000 euro.
Non è un trucco e non è un risparmio sulla carta. Sono opere che, facendo la cosa in un altro modo, non abbiamo dovuto fare.
Il cantiere: un terreno di campagna e pochi disegni
Un cliente di Modena ci chiede un preventivo per un capannone industriale. Vado a memoria: circa 4.500-5.000 metri quadri in pianta. Il lavoro è diviso in due. Noi facciamo le opere edili: piazzali, fondazioni, uffici. Il prefabbricato invece il cliente lo compra direttamente da un prefabbricatore, con cui peraltro collaboriamo.
Quando arriviamo, la situazione è questa: un terreno di campagna, nessun computo metrico, i disegni architettonici e il disegno del prefabbricatore. Nient’altro.
Il computo quindi ce lo facciamo noi: piazzali, sbancamenti, reinterri, fondazioni, plinti, travi di fondazione e tutto quello che serve.
Senza le dimensioni delle fondazioni, il computo non si fa
Il cliente aveva già fatto fare le prove geologiche e ce le consegna insieme ai disegni. Noi le passiamo a un ingegnere che collabora con noi, con un incarico dato da noi. Il motivo è molto concreto: bisognava dimensionare fondazioni e plinti. Senza quelle dimensioni, il computo del preventivo non lo puoi fare.
Dall’analisi salta fuori una cosa: la falda freatica era molto superficiale, e i pesi del capannone erano molto importanti.
L’idea: restare sopra l’acqua
Quando mi sono accorto di quell’acqua, l’idea di tenere le fondazioni il più superficiali possibile è partita da me. Non lo dico per bravura. Lo dico perché sapevo cosa succede quando vai a scavare dentro la falda. L’ho condivisa con l’ingegnere, poi con il prefabbricatore e alla fine con il direttore dei lavori.
Per capire perché la profondità cambiava tutto, bisogna guardare come si aggancia un pilastro prefabbricato alla fondazione.
Il bicchiere: il sistema classico, che porta in basso
Il sistema classico è il bicchiere. È un plinto con dentro un incavo, il «bicchiere» appunto, in cui il pilastro si infila. Poi viene fissato e sigillato con della malta.
Perché il pilastro ci stia dentro, il bicchiere deve avere una sua altezza, e quell’altezza ti porta giù. Più scavi, più va in profondità il piano di posa.
L’armatubo: niente incavo, plinto più alto
L’armatubo funziona in un altro modo. Nel plinto restano annegati dei tubi, collegati a una piastra metallica. Anche il pilastro ha una sua piastra, da cui escono dei ferri. I ferri entrano nei tubi e poi vengono sigillati.
Non c’è l’incavo che ti mangia altezza, quindi il plinto lo puoi appoggiare più in alto. In quel cantiere era proprio questo il punto: con un plinto superficiale restavamo sopra l’acqua di falda.
I due fogli portati al cliente
A quel punto ho fatto il conto e sono andato dal cliente con due fogli. Il primo riportava la soluzione con l’armatubo e i suoi costi, il secondo quella con i bicchieri di fondazione.
Nel foglio dei bicchieri, rispetto all’altro, c’erano queste differenze.
Uno scavo più profondo. Invece di stare a circa un metro, saremmo dovuti scendere almeno a 1,5-2 metri.
Lo smaltimento del terreno in più. Qui c’è una precisazione importante: quel terreno era in colonna B. Non si poteva reimpiegare in ambienti residenziali e non poteva essere usato come sottoprodotto, quindi andava smaltito. Per capirne i costi avevo sentito un po’ di fornitori e di centri di recupero della zona.
Un impianto wellpoint. Andando in profondità avremmo preso in pieno la falda, e per lavorare all’asciutto sarebbe servito un impianto wellpoint. Anche di questo mi ero fatto fare dei prezzi, e li avevo messi nel conteggio alternativo.
Probabilmente un’autorizzazione allo scarico. Per l’aggottamento delle acque, con ogni probabilità, sarebbe servita anche un’autorizzazione, perché la quantità d’acqua sarebbe stata importante.
Messa in fila ogni voce, la differenza fra le due colonne era di circa 200.000 euro. Non un risparmio teorico: opere che con l’armatubo non abbiamo fatto.
Quel conto l’ho mostrato al cliente e al direttore dei lavori, e abbiamo deciso insieme.
Il limite vero: pilastri molto grandi
Non voglio farla più semplice di quello che è stata. I pesi del capannone erano importanti e i pilastri del prefabbricato erano molto grandi: se non ricordo male, 80 x 80. Il limite era proprio montare la piastra armatubo su un pilastro di quel tipo.
All’inizio sembrava che non si potesse fare. Poi, analizzando bene la soluzione, si è visto che era fattibile. Ne hanno discusso fra loro i due ingegneri strutturisti, quello delle strutture in opera e quello delle strutture prefabbricate. Nel dettaglio, da geometra, non ci sono entrato.
Quello che posso dire è che non eravamo al limite, e che le cose si sono fatte in sicurezza. Lo strutturista ha fatto le sue analisi e i suoi calcoli sulla base delle prove geologiche, rispettando le norme tecniche vigenti. Così si è trovata la soluzione adatta.
Com’è finita
Sono venuti fuori dei plinti importanti, proprio per i carichi. Ma ci siamo evitati l’acqua di falda, i pali di fondazione e lo smaltimento di una grande quantità di terreno. Da lì viene la riduzione dei costi di cui ho parlato.
«Ma all’impresa cosa ne veniva?»
È una domanda legittima: con i bicchieri avremmo potuto fatturare 200.000 euro in più.
Eravamo in una fase iniziale, in competizione con altre aziende, come succede sempre. Il mio interesse non era fatturare di più facendo i bicchieri. Volevo prendere il lavoro, studiando una soluzione per essere il più competitivo possibile. Allo stesso tempo volevo dare un prodotto di qualità e stare tranquillo dal punto di vista tecnico. E, perché no, far risparmiare qualche soldo al cliente.
Un cliente, da solo, ci arriva?
Direi di no, a meno che non abbia competenze tecniche o un progettista che gliele dà. E non sto dicendo che il progettista sbaglia: c’è una ragione pratica.
Spesso, in fase di preventivo, le fondazioni non vengono calcolate. Prima bisogna scegliere la struttura prefabbricata. Solo una volta scelta conosci i pesi e i carichi al piede, e allora puoi fare i calcoli di fondazione. Prima, queste analisi non riesci a farle.
In questo caso la struttura prefabbricata ce l’avevamo già. Siamo riusciti così a fare un predimensionamento (si chiama proprio così), cioè un’analisi delle fondazioni ancora prima di fare il preventivo. È questo che ci ha permesso di accorgerci della falda in tempo.
Il consiglio pratico
Quando chiedi un preventivo per un capannone, chiedi anche su che ipotesi di fondazione è stato fatto.
Se ti rispondono che le fondazioni si vedranno dopo, quel numero non è ancora definitivo. È una previsione, che può cambiare quando arriveranno i carichi al piede e le prove geologiche.
E se il preventivo che hai in mano non ti fa vedere le singole voci, ho fatto un video sul computo metrico in cui spiego cosa ci deve essere scritto dentro: Computo Metrico: come evitare Costi Extra in cantiere. Il ragionamento è lo stesso.
Se sul tuo capannone ti è capitata una cosa simile, o hai un dubbio sulle fondazioni, scrivimelo. Sono curioso di leggerlo, e spesso è da lì che nascono gli argomenti dei video successivi.