A metà cantiere ti arriva una comunicazione: servono altre cinque prove sul calcestruzzo. Non le avevi previste, non sai cosa siano, e ti chiedi se qualcuno stia allungando il conto.
Quasi sempre non è così. È che il numero di quelle prove non lo decide l’impresa: lo decide chi collauda, e può cambiarlo mentre il lavoro è in corso.
Faccio preventivi per capannoni industriali da più di trent’anni. Questa è una delle voci che il committente scopre sempre dopo, e non perché sia complicata: perché nessuno gliene parla prima.
Cosa sono le prove sul calcestruzzo, in parole povere
Quando si costruisce, i materiali principali non si prendono per buoni: si controllano in laboratorio. Si prende un campione, lo si porta a un laboratorio autorizzato e lo si mette sotto una macchina che lo schiaccia, lo tira o lo carica finché non cede.
È come il collaudo di un’auto prima di consegnarla: nessuno si fida della scheda tecnica, si prova il pezzo vero.
Le più comuni sono quattro:
- Provini di calcestruzzo — cilindri o cubetti prelevati dal getto, schiacciati dopo 28 giorni per vedere se il calcestruzzo ha davvero la resistenza dichiarata.
- Prove di trazione sull’acciaio — le barre dell’armatura tirate fino a rottura, per verificare che reggano i carichi previsti.
- Prove di carico sui pali — si carica un palo di fondazione per misurare quanto peso porta davvero.
- Prove di carico sul pavimento — servono quando il pavimento deve reggere scaffalature alte o mezzi pesanti.
Quante prove servono? Dipende — e qui il «dipende» è il punto
La norma stabilisce un numero minimo di prelievi in rapporto ai metri cubi di calcestruzzo che si gettano. Quella è la base, e si può mettere a preventivo con precisione.
Poi però il direttore dei lavori e il collaudatore possono chiederne di più. È un loro diritto, ed è giusto che lo abbiano: rispondono della struttura. Ma ogni prova in più è un costo in più, e se la prova richiesta è di un tipo che non era programmato, bisogna anche riorganizzare — il che significa giorni.
Un caso vero, di poco tempo fa: avevamo messo a preventivo dieci provini di calcestruzzo, che è quanto chiedeva la norma per quel getto. Il collaudatore ne ha chiesti quindici. Il cliente non si è arrabbiato, perché sapeva già che poteva succedere: gliel’avevamo scritto prima.
Due modi di mettere le prove in un preventivo, e cosa cambia per te
Questa voce si può scrivere in due modi, e nessuno dei due è sbagliato. Cambia però cosa sai al momento della firma.
Il primo modo: prezzo per singola prova. Nel preventivo c’è quanto costa ogni prova, e alla fine si contano quelle fatte davvero. Paghi solo il fatto — ma alla firma non sai il totale.
Il secondo modo: si scrive il numero previsto dalla norma, con accanto la nota che quel numero può salire se lo chiedono direzione lavori o collaudatore. Alla firma hai una cifra — e sai in che direzione può muoversi.
Noi usiamo il secondo, perché una cifra che può cambiare, dichiarata prima, vale più di una cifra precisa che scopri dopo. Ma se in un preventivo trovi il primo modo non è un campanello d’allarme: è una scelta legittima. Il campanello d’allarme è un’altra cosa — che di prove non ci sia scritto niente.
La domanda da fare all’impresa sulle prove
Quando confronti due preventivi, cerca la voce delle prove sui materiali. Se in uno c’è e nell’altro no, quei due numeri non sono confrontabili: uno dei due ha già dentro un costo che l’altro ti presenterà a lavori iniziati.
E poi chiedi, semplicemente: queste prove sono quelle minime di norma o ne avete previste di più? Se il collaudatore ne chiede altre, quanto costano?
In due righe: chi controlla il calcestruzzo in cantiere
Le prove sui materiali sono un controllo di qualità obbligatorio, e il loro numero può crescere in corso d’opera perché lo decide chi collauda, non chi costruisce. Un preventivo serio le dichiara e ti avvisa che possono aumentare; uno che non le nomina te le farà pagare più tardi, quando non hai più alternative.
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